LE ESPERIENZE

 

 

Tecnologie ICT e persone disabili
IL VALORE DELLE ESPERIENZE

Intervista a cura della Redazione

Abbiamo affrontato questo tema, argomento centrale nella prima giornata di HANDImatica, con il Professor Andrea Canevaro, ordinario di Pedagogia Speciale presso l'Università degli Studi di Bologna (che collabora per Handimatica nella supervisione scientifica). Ecco le sue considerazioni.

D.: Professor Canevaro, si può dire che esperienze, tecnologie e partecipazione sono i temi portanti delle tre giornate di HANDImatica. Ma perché è importante dare spazio alle testimonianze?

R.: Le testimonianze sono indispensabili per misurare la credibilità delle proposte. È vero che ogni due anni c'è HANDImatica e perciò questa parola composita a molti salta all'occhio con tale cadenza biennale. Ma HANDImatica vive tutti i giorni dell'anno e degli anni, vive nelle esperienze di tutti i giorni, come posso testimoniare io che, da qualche tempo, ho la responsabilità del Servizio disabili dell'Ateneo di Bologna. HANDImatica vive l'impegno educativo che si riassume nelle parole di Gianni Rodari:

È difficile fare le cose difficili:

parlare al sordo,

mostrare la rosa al cieco.

Bambini imparate

a fare le cose difficili:

dare la mano al cieco,

cantare per il sordo.

liberare gli schiavi che si credono liberi (*)

Poesia Le cose Difficili (rappresentazione grafica)
Sono importanti i grandi traguardi, ma soprattutto le "best practice" quotidiane.

Le mie esperienze, come dicevo, sono in un'università. L'Ateneo bolognese è tra le grandi università pubbliche del nostro Paese. Il Servizio disabili tocca una quantità non precisa - 800 circa - di soggetti. La collaborazione con ASPHI, principale artefice di HANDImatica, risale al 2001. E serve per cercare di qualificare le esperienze di chi cresce con bisogni speciali.

D.: Come dalle semplici esperienze si può passare alle "buone prassi"? Quali caratteristiche devono assumere le esperienze, per essere considerate tali? 

R.: Della questione delle buone prassi parlo sovente, ritenendola un'espressione importante. Ma è capita male, come se si parlasse dei migliori esempi, degli esempi eccezionali, delle cose più belle che abbiamo da offrire; mentre dovremmo intenderla come una buona organizzazione stabile. Per intenderci con un'immagine: è chiaro che la Ferrari, Cavallino Rampante, è una macchina molto più veloce di quella che uso abitualmente - una Renault Clio - però nel traffico, nei consumi, nel posteggio e in tante altre caratteristiche, le buone pratiche suggeriscono di prendere la Clio, anche se la Ferrari vince il campionato del mondo. È un'altra cosa. Non abbiamo quindi, con le buone pratiche, l'indicazione del migliore. L'equivoco deriva dalla dipendenza anglofoba, perché traducendolo con "best pratics" si dice "il meglio" mentre originariamente è il francofono "bonnes pratiques": indica qualcosa di stabile, altrimenti si direbbe "meilleures". No, "les bonnes pratiques", le cose buone che durano, che sono fatte bene sempre. Uno che va dal fornaio e prende il pane tutti i giorni non vuole il pane eccezionale per una volta, ma il pane di una buona qualità tutti i giorni. 

È questo quello che desideriamo: le buone pratiche, che richiamano il tema dell'alfabetizzazione istituzionale. A questo proposito, c'è il problema di una dominanza di criteri troppo personali, per cui spesso ci si rivolge ad una persona non tanto per il suo ruolo all'interno di una struttura organizzativa sociale ampia, ma per il fatto che è disponibile, sorridente, capace di ascoltare, in grado di dare delle risposte, ecc. È suo compito? A volte no, perché sarebbe di un'altra persona a doverlo fare, una persona che però spesso è assente o sembra che non ascolti. Questo è un problema, perché non mette in moto l'alfabetizzazione istituzionale, che vuol dire rendere più chiari i compiti, i ruoli e i rapporti diritti/doveri. Nei trasporti, ad esempio, non devo trovare la persona gentile che mi aiuta chiamando a soccorso, alzando la carrozzella ecc. ecc.; la persona gentile sarà sicuramente più gradevole che trovarne una scorbutica; ma in realtà quello che vorrei trovare è una struttura organizzata bene. I ruoli e i compiti funzionano se l'alfabetizzazione istituzionale comincia da noi. 

D.: Dando una rapida occhiata alla storia del nostro Paese dal dopoguerra, quali sono state le tappe principali nel passaggio dall'esclusione all'inclusione delle persone disabili?

R.: Ritengo che l'elemento del contesto territoriale è stato fondamentale perché ha offerto e offre anche delle occasioni umane, occasioni reali e consistenti. Qui esiste infatti la possibilità di trovare solidarietà, di capire che in quel contesto si può costruire un progetto di vita. La scansione principale è stata dunque la possibilità di vivere nei contesti reali e non in istituzioni totali. Questo è accaduto con la critica attiva e concreta alle strutture chiuse e a quelle separate, strutture che vantavano il pretesto della presunta speciale competenza psico-medica.

D.: Quali sono le condizioni perché questo cammino prosegua in futuro?

R.: Si tratta di un insieme di diversi elementi. A mio giudizio, i principali sono i seguenti.

D.: Tornando ad HANDImatica, può farci qualche anticipazione su quali tipi di esperienze troveremo, e in che settori? (esempi: scuola, lavoro, infanzia, terza età… )

R.: L'accompagnamento nel progetto di vita di una persona disabile comporta alcune riflessioni operative. Per collocarle in rapporto ad alcune conquiste, che sono sempre messe in discussione, vorremmo utilizzare l'espressione cittadinanza attiva. Senza farsi illusioni. Non è un percorso facile. Non lo è per chi ha tutte le sue qualità funzionali, e tanto più per chi ha delle difficoltà collegate ad alcune limitazioni, ovvero è persona con disabilità.

La cittadinanza attiva incontra ostacoli, oscurità nell'interpretazione delle regole della società, diritti affermati sulla carta ma poco realizzati nella quotidianità, pregiudizi non solo di singoli ma ampiamente presenti nella nostra storia, difficoltà a collegare il proprio progetto (e quindi a vivere una prospettiva) a delle realtà che quotidianamente si presentano lontane dalla visione che vorremmo intravedere anche nella vita di tutti i giorni. 

E vi è il problema del lavoro. Una persona disabile potrebbe avere realizzato un percorso scolastico nella prospettiva inclusiva e quando ha concluso questo stesso percorso potrebbe incontrare una difficoltà che non aveva previsto. Il lavoro non è un'automatica conseguenza della fine del percorso scolastico. Solitamente si dice che un individuo cerca lavoro e in quel "cerca" vi sono fin troppe variabili.

Una persona disabile ha probabilmente avuto un percorso incentrato su di sé e non ha molto potuto esplorare la realtà attraverso le esperienze degli altri. Vi è ancora una percezione di differenza che non permette, o rende più difficile, capire quello che potrà accadere osservando ciò che succede agli altri. Il soggetto disabile potrebbe ritenere che la sua condizione sia in qualche modo diversa dagli altri e che quella ricerca del lavoro che compiono i coetanei, o coloro che hanno pochi anni di più, non sia affar suo. Potrebbe ritenere che ci siano delle condizioni per cui un ufficio o una agenzia si occupa di trovare lavoro proprio per lui, o per lei, ritenendolo quasi un diritto. Può passare da una posizione aprioristicamente rinunciataria, basata sulla convinzione che non sia possibile lavorare, ad una caratterizzata dalla convinzione che sia un diritto immediatamente esigibile, quale che sia il proprio livello di preparazione in corrispondenza con le richieste del lavoro. 

Abbiamo sempre ipotizzato che l'applicazione della legge 68/99 sia più percorribile se vi è un impegno di costruzione del percorso, attraverso stages durante la formazione, borse lavoro finito il percorso formativo, e possibilità di lavori a termine, seguite da un vero e proprio collocamento in prova. Questo percorso, che dà la possibilità di individuare la capacità recettiva di un'azienda che valorizza le potenzialità di un soggetto, è certamente diverso da una collocazione di tipo numerico - in una lista, abbinato ad un posto di lavoro che fa parte di un'altra lista. È però un percorso complesso e non sempre facile, che esige da parte del soggetto una buona sopportazione delle prove.

D.: Si parlerà inoltre di tecnologia robotica, sistemi di ausili, uguali opportunità di accesso alle risorse digitali, accessibilità dei testi: in che modo questi temi si inseriscono nell'argomento della giornata?

R.: Gli ausili e le tecnologie hanno un ruolo sempre più rilevante nel percorso di autonomia e di integrazione sociale della persona disabile: sono strumenti che attengono non solo ad una risposta di tipo sanitario e riabilitativo, ma, come ho detto, al progetto di vita della persona. Gli ausili devono perciò essere correttamente inseriti all'interno di un percorso condiviso dalla persona disabile, dalla sua famiglia, dagli amici e da tutti i servizi che si prendono cura di lui. Questo aspetto è decisivo e rappresenta anche l'aspetto culturale e metodologico più rilevante di questo percorso.

Si parte dai bisogni individuali e quindi dalla necessità di capire alcune questioni che nascono da una comunicazione che può diventare linguaggio. Faccio questa distinzione perché è importante non attribuire a qualsiasi comunicazione la caratteristica di linguaggio.

Linguaggio vuol dire codice, struttura simbolica, capacità evocativa anche di elementi astratti, lontani, mentre la comunicazione ha una immediata applicazione.

Con il linguaggio entra la questione dell'appartenenza, poiché esso ha la prerogativa di essere patrimonio di un gruppo linguistico. E con l'appartenenza si accompagnano dei vincoli: nel caso del linguaggio, c'è una grammatica e una sintassi che non possono essere con disinvoltura buttati per aria perché altrimenti non ci capiamo più.

In questo, gli elementi che mi interessano, sui cui punto gli occhi con una certa attenzione, riguardano le cure ricorsive, cioè quelle attività che si ripetono per tutti i giorni della nostra vita e su cui cominciamo anche da piccoli ad avere delle procedure. Avere delle procedure è molto importante per gli apprendimenti. È importante per la conoscenza, perché consente di organizzare gli elementi, oltretutto non su schemi imposti, ma su qualcosa di vivo e partecipato. E in questo entra il termine controllo: io riesco a controllare, ad avere un autocontrollo delle mie energie, delle mie capacità, perché riesco a calibrare, per esempio, le energie e a disporre delle mie capacità in funzione di un obiettivo.

Oltre a ciò, il controllo ha una funzione importante anche perché lo possiamo mettere in funzione del progetto di vita, controllando le situazioni di cui ho bisogno in un'economia di sviluppo della propria vita, che ha garanzie maggiori se il contorno sociale, amicale, ambientale non è ignaro o contrario, ma capisce e partecipa. In tutto questo, la robotica trova un suo compito importante. Il controllo significa anche delle cose molto semplici, per esempio la capacità di organizzare i propri limiti, che è un elemento fondamentale; sapendo che ho dei limiti, bisogna che mi organizzi per poter controllare la situazione e convivere con i miei limiti senza mettermi a rischio ma anche senza chiedere agli altri delle prestazioni poco adeguate. Tempo e spazio sono gli elementi fondamentali su cui basare la nostra organizzazione di controllo. Sappiamo che abbiamo nella nostra mente delle capacità differenziate, per cui ci sono degli individui che hanno una organizzazione mentale che controlla al meglio gli elementi temporali e non quelli spaziali e viceversa. A volte la situazione si bilancia perché queste due dimensioni si aiutano - il tempo aiuta lo spazio o viceversa - ma a volte no, e allora bisogna capire che il nostro interlocutore è più portato ad un controllo spaziale, per esempio, che non ad un controllo temporale e occorre aiutare a sviluppare questa capacità in soccorso all'altra.

Le strategie di apprendimento sono un elemento di grande importanza perché contengono una qualità che è la pluralità. La pluralità delle strategie di apprendimento significa che non esiste "la strategia", ma esistono diverse strategie connesse ai mediatori: alcuni favoriscono e altri ostacolano; non si tratta solo dell'apprendimento formale e scolastico ma c'è un apprendimento che dura tutta la vita. Non ci sono infatti solo contenitori dell'apprendimento formalizzati - la scuola, l'università, un corso professionale - ma anche situazioni di apprendimento che possono coincidere con ambiti diversi, come i trasporti, un caffé, una pizzeria o un luogo di svago. Anche di questi ambienti e situazioni va tenuto conto.

L'Università di Bologna
 L'Università di Bologna, che collabora con HANDImatica 
Andrea Canevaro, qui con Romano Prodi.
Andrea Canevaro, qui con Romano Prodi

(*) Gianni Rodari, Parole per Giocare, 1979

 

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