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EDITORIALE |
ASPHI: 30 ANNI PER LE PERSONE DISABILI
di: Carlo Orlandini - Presidente Fondazione ASPHI onlus
La storia degli inizi torna sempre in mente quando si compie l’anniversario di un’impresa, di qualunque genere, poiché l’anniversario rimanda sempre a quel punto, da cui appunto inizia una storia. Segno che si trattava di qualcosa che aveva la possibilità di crescere e durare, di divenire una storia. E per questo a quel punto si ripensa, e da quello si misura non solo il percorso compiuto ma anche il senso di un cammino.
Così abbiamo fatto a casa mia per l’anniversario del nostro matrimonio, che è pur sempre un’impresa, e che abbiamo festeggiato con figli e nipoti.
Lo stesso avviene in questo periodo in cui si compiono i 30 anni di ASPHI, che festeggiamo idealmente con tutti coloro che abbiamo seguito in questi anni e con quanti con noi hanno lavorato.
Non ricorderò tutta la storia, ma solo l’inizio perché - come in tutte le imprese - in quegli iniziali episodi si sono formati quello stile e quel metodo che poi abbiamo sempre seguito e sviluppato, e che sono il nostro filo conduttore nel tempo. Ed è stato in quegli anni d’inizio che si è espressa e formata la nostra vocazione.
Sapete che in quel tempo a Bologna, per iniziativa e pensiero di Giovanni Zanichelli, dopo vari esperimenti si era tenuto il primo corso per far diventare programmatori di calcolatori elettronici dei giovani non vedenti, e che l’iniziativa aveva avuto un grande successo.
Conoscevo Giovanni da anni, da quando ero in IBM, ma allora mi occupavo di Euromercato, e tra i miei collaboratori c’era un giovane brillante che stava perdendo la vista. È l’ingegner Salvatore Tinu, che aveva girato il mondo alla ricerca di un rimedio. Avevo saputo del primo corso a Bologna, andai a trovare Giovanni e riuscii a far entrare Salvatore nel corso successivo presso l’Istituto dei Ciechi Cavazza, appunto a Bologna. L’iniziativa era completamente sostenuta da IBM che però, a cose avviate, non aveva più ragione istituzionale di continuare a gestire in proprio questa attività. Giovanni mi chiese una mano per inventare il modo di proseguire e così fondammo l’ASPHI e accolsi il suo invito di esserne il Presidente per qualche mese, per aiutarlo nell’avvio.
Poi un giorno, al corso per non vedenti in atto a Bologna, Giovanni ebbe l’idea di ammettere Glauco, un ragazzo gravemente paraplegico. Fu un’idea geniale, ed è dal quel momento che comincia la nostra vera storia.
Glauco, che doveva servirsi di una protesi per azionare la tastiera, si integrò subito perfettamente nella classe di non vedenti; lui aveva gravi limiti fisici ma vedeva; gli altri erano nella situazione opposta, e l’interazione fu perfetta.Ricordo che un giorno Giovanni ed io ci sedemmo a riflettere su questa storia, in un’aula adiacente, e concludemmo che, involontariamente, avevamo scoperto e dimostrato che l’informatica è un mezzo potente per alleviare i problemi dei disabili, consentendo loro attività altrimenti impensabili. Ho un ricordo molto nitido di quella conversazione e dell’entusiasmo che provammo.
Il passo successivo fu l’avvio della collaborazione con la Fondazione don Gnocchi a Milano, con una serie di corsi per i disabili motori.
Questa nuova avventura fu decisa in un incontro al Circolo della Stampa di Milano tra noi due, Monsignor Ernesto Pisoni, allora Presidente della Don Gnocchi, Ennio Presutti, Presidente della IBM e Carlo Gulminelli.
Ed è da allora che alla base delle nostre azioni, di fronte a qualsiasi nuova ipotesi, ci chiediamo “perché no”?
Ed è con questo spirito e con queste curiosità che nel tempo ci siamo occupati delle più diverse forme di disabilità, cercando di trovare soluzioni per disabili motori, per bambini con problemi di apprendimento, per pazienti in risveglio da un coma, per non vedenti e non udenti e di molto altri ancora.
In breve, abbiamo lavorato per facilitare l’integrazione dei disabili nella società grazie al ricorso ad applicazioni di tecnologia informatica e delle telecomunicazioni. L’obbiettivo è sempre stato quello di annullare o ridurre le barriere che separano o limitano i disabili, e a qualcosa siamo riusciti.Tutto questo abbiamo compiuto e lo continuiamo, prestando diversi servizi, grazie al sostegno delle imprese che partecipano alla nostra Fondazione.
Lungo l’arco di questi trent’anni il mondo è cambiato, l’idea che col computer e le telecomunicazioni si compiano miracoli o quasi non desta più meraviglia. E nel contempo la società in generale è divenuta più sorda di fronte ai problemi dei più deboli, lo vediamo tutti i giorni.
D’altro canto osserviamo che il bisogno (la domanda, si direbbe in linguaggio economico) non è diminuito, al contrario, nonostante un cammino immenso sia stato compiuto. Oggi, per fare un solo esempio, è nozione comune che ci debbano essere parcheggi o bagni riservati ai disabili, trent’anni fa non lo era.Ma nuove necessità emergono, con l’invecchiamento della popolazione, l’immigrazione, le necessità dell’istruzione, il continuo accadere di incidenti sul lavoro, per citarne solo alcune.
È normale che al compimento di un anniversario importante come il trentesimo ci si interroghi su quanto è stato fatto e si guardi al futuro, chiedendoci anzitutto se un futuro esiste. La risposta non può che essere positiva, un futuro sicuramente c’è, e sembra proprio che occorra continuare. Un futuro c’è perché la necessità permane e la sollecitazione continua a giungerci.
È invece sul modo che occorre interrogarsi, per varie ragioni. Ne ricorderò alcune.
La situazione economica generale è divenuta più difficile. In breve, facciamo molta più fatica a reperire i fondi.
Poi, nell’arco di questo trentennio, ci si è abituati ad attenderci molto dallo Stato, sapendo che l’emergenza è oggi garantita in massima parte dal Servizio Sanitario Nazionale.
D’altro canto è diminuito il peso dell’Amministrazione centrale ed è di converso aumentato quello di Regioni e Comuni.
D’altro canto ancora, noi non abbiamo mai voluto divenire un ente pubblico o essere assorbiti da un’organizzazione politico-burocratica.Pensiamo che anche nel futuro dobbiamo continuare come siamo, una Fondazione assolutamente indipendente, concentrata su propri obbiettivi, pronta a rendere un servizio, ma che non ha come obbiettivo la propria sopravvivenza. Continuiamo fino a che serve, e basta. La nostra massima soddisfazione è aver aperto vie nuove e averle rese praticabili a molti.
Dobbiamo inoltre essere sempre vicini ai problemi dove questi si manifestino, chiedendoci sempre, di fronte al nuovo e all’inesplorato, “perché no?”, come abbiamo sempre fatto.
Forse dobbiamo allargare la nostra base sociale e certamente – questo il problema più attuale e principale – attrarre forze nuove e più giovani. Questo è particolarmente difficile.Intanto pensiamo ad HANDImatica del trentennale da tenere a fine anno, o inizio del 2011, e mettiamo a punto nuovi programmi.
A tutti i collaboratori ASPHI e a tutti coloro che in questi anni hanno lavorato con noi, hanno creduto al nostro impegno, e ci hanno in mille modi sostenuto, posso dire che, grazie a loro, vediamo un bilancio ben positivo, e a tutti e a nome di tutti devo dire un grande “grazie”, dal profondo del cuore.
Grazie in particolare a Franco Bernardi, generoso Vice Presidente Vicario, a Carlo Gulminelli, insostituibile Vice Presidente a Milano, ad Andrea Magalotti, il forte Segretario Generale e a Mario Bellomo, che inventa sempre cose nuove a Torino.
Qualcuno mi ha chiesto perché avete fatto e dato liberamente tutto questo. Il giorno dopo mi è capitato di leggere un pensiero di Confucio: “Se doni una rosa, un po’ del profumo ti resta in mano”.
A tutti il mio grande saluto, con sincerità ed emozione.
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I NOSTRI PRIMI 30 ANNI |
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