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Testimonianze: Andrea Canevaro per i 25 anni di ASPHI

fotoritratto di Andrea Canevaro

Andrea Canevaro

Amicizia

ASPHI. Cosa potrebbe voler dire. Amicizia Speciale per Handicappati e Informatica, mettendo insieme nella amicizia degli elementi che sono certamente le tecnologie, a cui vogliamo bene, ma anche e soprattutto le persone disabili.
ASPHI è nata con un’idea che potremmo dire oggi “pre-categoriale”, cioè non guardava alle categorie. Non c’erano i ciechi, c’erano le persone. Oggi abbiamo da fare un salto di qualità per essere “post-categoriali”, cioè andare a superare le categorie, non perché non le conosciamo, anzi le abbiamo conosciute, abbiamo capito i limiti e dobbiamo guardare quello che succede dopo e ci sono alcune questioni che sono interessanti da esaminare.

Progetti di vita

Innanzitutto a noi interessa, ha sempre interessato, in questa amicizia che dura da 25 anni, tenere conto dei progetti di vita. Questa espressione finirà per avere la stessa saturazione che hanno avuto altre espressioni, però per ora la possiamo usare senza timore perché “progetto di vita” è un bel modo di dire e bisogna tener conto che le persone vivono se hanno un progetto, bisogna aiutarle ad avere un progetto. E un progetto di vita significa un percorso che non è più fatto senza intoppi, senza intralci, ma che incontra degli ostacoli, delle barriere, fa parte della realtà.

Barriere e tecnologie

Dobbiamo toglierle tutte le barriere? Possiamo tentare, ma sappiamo che non è uno scopo raggiungibile, mai. Possiamo toglierne, ce ne saranno delle altre.  Si trovano quelle materiali, si trovano quelle culturali. Abbiamo bisogno di organizzare.

Lavorare insieme 

L’organizzazione con le tecnologie significa anche capire che una non basta mai. Bisogna sempre averne al plurale, ed è questo che ha fatto la fortuna anche di ASPHI. Essere accogliente per persone diverse, anche con competenze diverse, lavorare insieme. Questo è diventato un patrimonio importante che poi si è unito ad altri patrimoni. Forse è una necessità, ma bisogna anche che ci sia un disegno. Una necessità è quella di uscire da un lavoro solitario, e l’ASPHI è abituata ad uscire dai lavori solitari perché non ha mai lavorato in solitudine, ma anche a collegarsi ad altre strutture, ad altre iniziative per avere un sistema.

Perché un progetto di vita significa avere delle possibilità, per esempio, di mobilità. Avere delle possibilità di incontro, di lavoro, ma non solo di lavoro, un progetto culturale. Allora bisogna occuparsi, perché no, di temi culturali, bisogna occuparsi di possibilità di vacanze. Non solo di questo e mai una cosa sola. Progetti di vita vogliono dire possibilità di vivere nel mondo, di avere informazioni. Le tecnologie servono per le informazioni. Le tecnologie hanno il gran valore di pensare che siamo nel mondo, non siamo limitati ad una sola patria. Abbiamo la possibilità di andare oltre.

Comprendere, non giudicare. Rispettare, anche la fatica

Quante volte ci siamo domandati: ma la realtà di una persona disabile non sta rivelando qualche cosa che è interesse comune anche a chi disabile non è? Non sta dicendoci qualche cosa che è importante per capire lo sforzo di comprensione che dobbiamo avere? E’ facile con le persone disabili assumere, da parte degli operatori, un atteggiamento che è di giudizio. Io credo che sia utile ricordarci che Primo Levi ci ha lasciato una testimonianza all’insegna del sostituire la parola “giudicare” con la parola “comprendere”. Capire una persona significa non mettergli accanto gli ausili che noi abbiamo indicato utili, ma fargli conoscere gli ausili, perché capisca l’interesse che ha; e si rispetti anche il fatto che debba far fatica.

Una persona disabile spesso è sottratta a tutte le fatiche. Ci sono fatiche che è bene non assumere perché sono tormenti, torture; ma ci sono fatiche che sono conquiste, e togliere questa fatica alle persone disabili è ancora una volta cadere nell’assistenzialismo, nel protezionismo. ASPHI ha questa forza e dovrà lavorare ancora molto, perché questo percorso, che chiamiamo, con un’espressione molto usata, “progetto di vita”, significa realmente mettersi a disposizione per incrociare le potenzialità, le competenze con altri che possono avere altre potenzialità, altre competenze e costruire qualche cosa che si intreccia.

Intrecciare

Integrazione è una parola che ha fatto la storia. Adesso sentiamo che bisogna usare più la parola “inclusione” che in italiano ha una durezza maggiore. Voglio dire non è una  parola che ha la stessa attenzione alla promozione. Però se dobbiamo intenderci con un’ampia gamma di cittadini del mondo possiamo dire “prospettiva inclusiva” che è anche meglio di inclusione. Ma a me piace molto “intreccio”.

Bisogna intrecciare, intrecciare le nostre vite, intrecciare gli strumenti e l’intreccio bisogna farlo organizzato. Non si può farlo a caso perché così diventa un garbuglio. Bisogna farlo con una strategia di intreccio in cui il soggetto è fondamentale. Non possiamo farglielo o fargliela, dobbiamo farlo insieme; e questa pazienza di costruzione personalizzata è quella che permette di lavorare anche con altri, che non siano con la sigla ASPHI ma mantenendo una propria identità. Un’identità forte dopo 25 anni dovrebbe esserci e non dovremmo più avere il timore di dire: se noi andiamo insieme ad altri, ci confondono e ci perdiamo. Questa ormai è una identità e questa identità ha la robustezza per sapersi intrecciare, e questo è quello che vogliamo fare per altri 25 anni almeno.

Tecnologie avanzate e tecnologie povere

Ci sono due cose che mi sembrano interessanti e che penso siano interessanti per tanti. Una è la possibilità che le tecnologie che chiamiamo “avanzate” si colleghino e formino una linea di continuità con le tecnologie povere. Ho avuto la fortuna di vedere l’applicazione di tecnologie povere in villaggi africani e di vedere anche pubblicazioni in tal senso. Sono geniali, interessantissime, ti fanno capire come non c’è bisogno di avere grandi strutture tecnologiche, ma si possono veramente inventare delle soluzioni e anche codificarle, quindi non farle diventare solo un’invenzione stravagante sotto certi aspetti, ma codificarle e adattarle alle singole persone.
Ho anche però potuto vedere, in particolare dai Sarawi, il danno che possono dare le tecnologie avanzate quando vengono proposte o vengono ritenute le uniche utilizzabili. Perché allora l’inventiva con il materiale povero viene disprezzata e spenta e si aspetta. Avendo la possibilità di avere, si aspetta. E’ quello che accade anche fra noi. A volte ci sono delle situazioni scolastiche, educative, familiari di qualsiasi tipo in cui l’inventiva, la creatività con materiali poveri non viene neanche più pensata, è sottratta alla possibilità di essere pensata e si adotta, se c’è, solo la tecnologia ricca. Se non c’è si aspetta, lamentandosi, protestando.

Ora io non credo che debba essere intesa questa mia affermazione come una proclamazione di “evviva la povertà”, assolutamente no. Evviva la continuità, evviva il rispetto anche delle culture, evviva la possibilità di essere attivi anche in una creatività povera, con i mezzi che si hanno. Questo è importante. Poi, anzi, spendiamo il più possibile in tecnologie, sottraendo a spese che sono dannose per l’umanità, come sono le guerre, questo certamente. L’operazione quindi è quella della continuità.

Una “HANDImatica continua”

L’altra cosa che mi sembra di voler e poter dire è la necessità di costruire in futuro (dobbiamo avere questa forza) una struttura permanente che permetta, a chi vuole, di godere di una formazione permanente. Bisogna aver qualche cosa che, per chi ha conosciuto HANDImatica,  significhi HANDImatica tutto l’anno: dare cioè la possibilità che le persone si accostino non tanto a una struttura di formazione permanente obsoleta (conferenze, con le persone sedute mentre qualcuno parla), ma che possano girare, toccare, osservare, con qualche intermediario umano che le aiuti ad attrezzare le loro competenze, a scoprire l’utilità di piccole e grandi cose.

Questo è un elemento importante che tra l’altro con l’invecchiamento dell’umanità, di questa nostra umanità, del nostro paese, dell’area geografica in cui siamo, probabilmente non può essere immaginato unicamente per alcune categorie. Anche qui, post categorie. Anche qui, andiamo oltre, andiamo oltre perché ne abbiamo bisogno e anche perché abbiamo voglia di andare oltre!

Andrea Canevaro – ordinario di Pedagogia Speciale, Università degli Studi di Bologna
17 giugno 2005

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